

141. La fondazione della CGdL.

Da: A. Pepe, Storia della CGdL dalla fondazione alla guerra di
Libia, 1905-1911, Laterza, Bari, 1972.

La fondazione, nel 1906, della confederazione generale del lavoro,
rappresent, come afferma in questo brano lo storico italiano
Adolfo Pepe, lo sbocco inevitabile di due processi convergenti: il
montante sviluppo industriale e l'evoluzione del sindacalismo
italiano, determinato proprio dai cambiamenti economici in atto
nel nostro paese. La possente concentrazione di capitali e di
impianti e la stratificazione crescente delle classi lavoratrici,
resero manifestatamente inutili le agitazioni operaie locali, fino
a quel momento organizzate dalle camere del lavoro. La diffusione
a cavallo del secolo ventesimo delle federazioni nazionali di
mestiere, che tendevano a subordinare le camere del lavoro,
dimostr che era necessario ormai organizzare le lotte dei
lavoratori a livello nazionale, anche se le stesse federazioni
conservavano una visione corporativa e non unitaria del problema
operaio. Una tale evoluzione sindacale si inquadrava comunque,
dati i ripetuti fallimenti del sindacalismo rivoluzionario, in un
clima riformista, in tono con il revisionismo delle dottrine
marxiste operato dal socialdemocratico tedesco Bernstein e con le
aperture politiche avviate da Giolitti in Italia.


Nei primi anni del ventesimo secolo in Italia, in conseguenza del
netto prevalere del processo di industrializzazione, s'era venuto
creando, all'interno dei rapporti di classe, ed entro la struttura
di classe della borghesia nazionale, un profondo dislocamento del
potere economico e sociale. In seguito a tale scuotimento, si
erano aperte delle contraddizioni di tipo nuovo anche nelle
relazioni statuali delle classi e nella organizzazione politica di
esse. Una crisi feconda di orientamenti e di formulazioni
dottrinarie e programmatiche, cos nel movimento operaio come nel
mondo imprenditoriale, si accompagnava alle trasformazioni di
fondo della societ. Lo sviluppo del capitalismo italiano aveva
ormai spezzato il circolo vizioso del ristagno produttivo e del
sottosviluppo economico, ed era ormai in grado di sfruttare i
requisiti essenziali per un "decollo" industriale. Tali requisiti
- elaborati in precedenza, pur se con notevoli limiti e
contraddizioni - erano caratterizzati dall'avvio di un processo di
sviluppo sostenuto e guidato da alti tassi di incremento del
settore industriale.
Per comprendere quali fossero le ripercussioni di questo grande
evento nella vita sociale, economica e politica della nazione,
giova tuttavia precisare che esso dipese direttamente dalla forma,
dai tempi e dalla intensit con cui questa "rivoluzione
industriale" ebbe luogo. Ai fini della nostra ricerca interessa
per avere per fermo il fatto incontestabile del "grande balzo"
del 1896-1914, considerandolo non solo dal semplice profilo
economico-produttivo, ma in relazione al pi generale intreccio
con le stratificazioni della struttura di classe della borghesia
economica e del proletariato, e ai loro rapporti di classe. Sotto
questo riguardo  possibile affermare che il fenomeno pi
importante della fase 1900-1904 fu l'ascesa prorompente di una
borghesia industriale che sosteneva lo sviluppo economico,
oltrech sulla congiuntura internazionale favorevole, anche sul
potenziamento e il perfezionamento dell'apparato produttivo
industriale, sulla concessione di discreti aumenti salariali e
miglioramenti normativi alla classe operaia, e sull'accettazione
della linea politica giolittiana della libert per tutti e della
neutralit dello Stato nei conflitti di classe. La forte
accelerazione industriale che ne deriv, provoc un concentramento
del potere in proporzioni sempre crescenti nelle mani dei nuclei
pi forti della borghesia industriale, a danno degli altri strati
della borghesia - specie dei settori meno dinamici e, sebbene
molto pi larvatamente, anche della borghesia agraria.
Uno degli elementi di sostegno della politica della borghesia
industriale divenne, in questa fase, la ricerca e la stabilit
della forza-lavoro, da realizzarsi mediante rilevanti incrementi
salariali, resi possibili dagli elevati saggi di formazione dei
profitti. Grazie ad essi la borghesia poteva garantirsi, per un
verso, l'allargamento del mercato interno e della domanda globale
- onde equilibrare la crescente produzione industriale - e, per un
altro, mettere in moto un meccanismo di rialzo generale dei saggi
del salario che finiva con l'estendersi anche ai settori meno
produttivi. In tal modo, i capitalisti di questi settori vennero a
trovarsi nelle seguenti alternative: o di soccombere alla
concorrenza - per il rialzo dei costi di produzione dovuto alla
componente salariale - oppure mantenere bassi i salari, ma vedersi
sottrarre facilmente la gi scarsa mano d'opera esistente sul
mercato - in particolare quella specializzata, rarissima - o,
infine, essere vittime di poderose agitazioni e scioperi il cui
risultato sarebbe stato il medesimo: la discontinuit o il blocco
della produzione, la crisi commerciale, la liquidazione
dell'impresa.
Questo processo acquist successivamente in intensit, per il
sovrapporsi di un analogo processo di concentrazione finanziaria e
produttiva all'interno dei singoli settori. E' questa la ragione
di fondo che spiega il movimento al rialzo delle mercedi operaie
nei primi anni del grande balzo e la relativa stabilit dello
stesso potere d'acquisto dei salari, e illumina il prevalere del
riformismo come ideologia e prassi politica e sindacale del
movimento operaio. Essa d ragione altres del carattere
subalterno e derivato che l'impostazione riformista ebbe
oggettivamente nei primi anni del secolo, rispetto alle forze
promotrici del processo di industrializzazione.
Le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia erano state
fino ad allora miserrime: estenuante prolungarsi della giornata
lavorativa, bassissimo livello assoluto dei salari, assenza di
ogni protezione sui luoghi di lavoro e di qualsiasi assistenza
fuori della fabbrica in materia di legislazione sociale. Ora essa
stava cominciando a risentire delle conseguenze benefiche del
nuovo assetto di potere tra le diverse componenti della borghesia,
sul piano economico, con i miglioramenti salariali. Inoltre, la
politica democratica e neutralista del Giolitti garantiva e
consolidava i suoi diritti alla organizzazione e alla lotta di
classe. Le lotte del lavoro divenivano perci pi frequenti, si
accresceva il numero dei partecipanti, aumentava la durezza dello
scontro, e sovente si concludevano con vittorie operaie. Strumento
concreto ed attivo di queste realizzazioni si palesavano sempre
pi chiaramente le leghe di mestiere e pi ancora le Camere del
lavoro, mentre iniziava la fioritura delle Federazioni nazionali
di mestiere. Infatti il contraccolpo pi importante dell'avviato
sviluppo produttivo sulle classi proletarie era costituito proprio
dalla crescente agglomerazione ed estensione dei nuclei operai e
dal loro prendere coscienza di una comune condizione di classe di
fronte al padrone.
Si verificava, di conseguenza, un parallelo processo di
sgretolamento della tradizionale configurazione degli strati
proletari, con un'alterazione notevole dei vecchi rapporti di
egemonia che, sempre pi visibilmente, tendevano a spostarsi a
favore dei nuclei operai inseriti nei settori e nelle industrie di
punta dell'intero meccanismo economico-industriale. Non solo si
accentuava in tal modo la tradizionale separazione della
condizione economica e sociale dei proletari delle campagne, e si
faceva netta la diversificazione dei ceti artigianali; ma si
delineava anche una specifica piramide all'interno del
proletariato industriale. Il livello dei salari e la solidit e la
compattezza dell'organizzazione divenivano i due criteri per
distinguere i nuovi gruppi privilegiati dagli altri. Il nuovo
strato superiore era composto, per un verso, dalle categorie
fortemente organizzate, che godevano di una situazione quasi
corporativa sia per il mercato del lavoro, sia per le tariffe e i
contratti (come i tipografi); per altro verso era costituito dai
nuclei delle nuove industrie fortemente concentrate e protette
(come quelli della siderurgia), o molto specializzate (come quelli
della meccanica, e, all'interno di questa, i primi operai
dell'industria automobilistica). [...].
Con l'inizio di un pi marcato sviluppo industriale, le relazioni
economiche e produttive e gli antagonismi delle classi sociali
subivano una sostanziale alterazione, dovuta allo stimolo della
concentrazione del capitale produttivo e del potere economico e
sociale in scale crescenti nell'ambito dei detentori dei mezzi di
produzione.
Quella nuova borghesia, protagonista dell'industrializzazione
italiana, era pervenuta intorno alla met del primo decennio del
ventesimo secolo ad un grado di sufficiente centralizzazione del
capitale bancario e finanziario. Con esso riusciva a finanziare e
sostenere lo sviluppo delle imprese, mentre ancora scarso rimaneva
il grado di impiego degli investimenti del capitale industriale.
La stabilizzazione e la regolarizzazione del sistema bancario e
borsistico derivato dalla ristrutturazione radicale degli istituti
di credito italiani dopo la grave crisi del 1894, e il controllo
che il capitale finanziario aveva sulle imprese produttive, davano
un notevole impulso alla formazione di legami e compartecipazioni,
dapprima solo finanziarie e azionarie, poi mano mano anche
produttive, tra i principali gruppi industriali all'interno dei
singoli settori, portando alla costituzione di trust e monopoli
per l'autoregolazione dei prezzi e delle quote di produzione. Ne
derivavano un collegamento pi organico e una saldatura degli
interessi capitalistici dominanti su livelli tendenzialmente
nazionali ed internazionali, e la crisi delle posizioni di rigido
individualismo economico e imprenditoriale.
La politica di intervento e di sostegno protezionistico e
tariffario dello Stato minava anch'essa la visione di uno sviluppo
dell'attivit produttiva secondo i canoni del pi ortodosso
liberismo di mercato. Anzi, il ruolo propulsore dello Stato,
all'interno di un meccanismo di sviluppo arretrato, diveniva
strategico, in quanto fattore determinante per forzare i termini
della situazione di stagnazione di una economia agricola. e in
Italia, proprio nel corso del 1905, l'intervento dello Stato - con
la risoluzione di alcuni nodi cruciali dell'economia nazionale,
con la liquidazione del debito pubblico, con la nazionalizzazione
delle concessioni ferroviarie e con le nuove spese richieste per
la modernizzazione e lo sviluppo delle Ferrovie e del materiale
mobile e locomotorio, con l'assestamento definitivo del sistema
bancario e la creazione della Banca d'Italia - diveniva un potente
strumento di spinta alla concentrazione industriale, specie in
quei settori dove ingenti erano le commesse pubbliche. La domanda
complessiva pubblica, per la sua ampiezza e la sua preferibilit,
per la sicurezza della remunerazione, era decisiva ad esempio nel
determinare lo sviluppo della concentrazione e della capacit
produttiva dei settori metalmeccanici, siderurgici e navali, e nel
facilitare la definitiva compenetrazione del sistema industriale
nascente con la politica economica nazionale dello Stato; cio
nello stimolare la formazione di una dimensione nazionale del
mercato per il capitale e le attivit produttive industriali.
Sempre pi risultava evidente ai capitalisti italiani
l'inconsistenza di una dimensione locale della loro attivit, e in
conseguenza sempre pi appariva chiara al movimento di classe
l'insostenibilit di lotte condotte entro un orizzonte aziendale o
locale.
Quanto pi la classe operaia vedeva l'estensione nazionale delle
ramificazioni capitalistiche, tanto pi appariva ad essa la
necessit di spostare l'ambito dello scontro sul piano nazionale.
Lo sviluppo dei gruppi egemoni della borghesia industriale, in
quanto indicava la necessaria tendenza dello sviluppo di tutto il
sistema, imponeva la ricerca di una strategia nazionale, della
classe operaia. Ma la forma dello stesso processo di sviluppo
industriale rendeva impossibile alle forze produttive di definire
una strategia alternativa nazionale. La lotta di classe, non
potendosi presentare con le caratteristiche di uno scontro di
classi con interessi omogenei, oscillava in Italia in questi anni
tra una dimensione nazionale - coincidente solo con il livello e
la situazione dei gruppi elitari del proletariato - e una
dimensione localistica dove, sfuggendo il nesso e l'intreccio
nazionale del capitale, predominavano le esplosioni ribellistiche
del sindacalismo rivoluzionario, che erano senza sbocchi politici
generali. Non si poteva infatti considerare tale il ricorso
escatologico allo sciopero generale nazionale. Proprio gli
avvenimenti sindacali del 1905-1906 e la malinconica, dura
sconfitta del proletariato ferroviario, che il Segretariato della
resistenza non era stato in grado di sostenere con lo sciopero
generale, avevano mostrato l'inconcludenza politica della
direzione sindacalista.
Ma per un altro verso si ripresentava ancora la contraddizione del
movimento di classe in Italia. Lo stesso processo di ampliamento
nazionale dei termini della lotta di classe portava con s una
acutizzazione della lotta stessa sul piano della fabbrica. Per
mantenere le condizioni di elevata produttivit su cui poggiava lo
sviluppo industriale, era infatti indispensabile per la grande
industria che il proletariato lavorasse a ritmo sempre pi intenso
con una regolamentazione disciplinare e organizzativa del lavoro
estremamente rigida, e senza interruzioni del processo a causa di
scioperi, vertenze, agitazioni, sabotaggi, boicottaggi eccetera E'
questa la ragione strutturale del modificarsi della posizione del
padronato nel biennio 1905-1906, del suo passare ad una linea di
assoluta intransigenza per quanto concerneva le questioni
dell'ordinamento tecnico della produzione e la disciplina delle
maestranze. [...].
Verso l'inizio del secolo si venivano costituendo in Italia delle
organizzazioni centralizzate sul piano nazionale, che
raggruppavano tendenzialmente tutti i lavoratori di un determinato
mestiere. Il periodo che vide il loro irrobustimento organizzativo
e il loro ampliamento numerico fu contraddistinto da violente e
dure polemiche e conflitti di direzione e di egemonia con altri
organismi caratteristici del movimento operaio italiano, le Camere
del lavoro. Mentre le Federazioni criticavano come inadeguati e
imperfetti i mezzi e l'ambito delle lotte sindacali locali, dato
il carattere nazionale assunto dall'avversario di classe, le
Camere del lavoro rimproveravano alle Federazioni il carattere di
gretto riformismo economico e di chiuso corporativismo su cui si
fondavano. A queste contrapposizioni ideologiche si aggiungevano
accesi contrasti circa la definizione del ruolo e della funzione
di ciascuno dei due organismi in relazione al movimento operaio.
La lotta verteva sull'assunzione del riconoscimento della
rappresentanza legittima degli interessi del proletariato nei
confronti del padronato, e nella definizione e costruzione di
quegli strumenti e organi - direttivi tecnici e finanziari - con i
quali concretizzare tale compito.
Le Federazioni presentavano una struttura centralizzata, il cui
organo esecutivo era il Comitato Centrale, composto di membri - in
numero non fisso - nominati o dal Congresso o per referendum dalle
Sezioni. Esso aveva, come organo periferico, a livello regionale o
provinciale, il Comitato di Zona diretto da un segretario. Le
Federazioni di mestiere tendevano, con la tassazione degli
iscritti, ad irrobustire le proprie Casse centrali di resistenza.
Tale irrobustimento serviva per sostenere le lotte e gli scioperi
delle diverse sezioni con un margine notevole di sicurezza; ma con
ci stesso esso tendeva a limitare sempre pi l'autonomia delle
sezioni, facendo dipendere dalle direttive politiche e
dall'appoggio finanziario del centro lo scatenamento della lotta e
la condotta di essa, nonch la direzione degli scioperi importanti
e la supervisione degli altri. Inoltre, obiettivo della direzione
generale era quello di conseguire una parificazione e un
equilibrio all'interno delle varie categorie sia in materia
salariale che normativa; di aspirare pertanto alla stipulazione di
contratti collettivi di lavoro su scala nazionale; di esercitare
una attiva funzione di stimolo e una sollecitazione alla
formazione di una coscienza politica e sindacale dei lavoratori da
conseguirsi attraverso l'organizzazione di classe. Insomma le
Federazioni tendevano a sottrarre alle Camere del lavoro tutte le
loro attribuzioni pi direttamente collegate con la vita
produttiva del lavoratore, mirando a trasformarle in organi
nominali di propaganda dei princpi dell'organizzazione federale e
della solidariet a livello provinciale o cittadino.
Il loro prevalere nei confronti delle Camere del lavoro dopo un
periodo di accanite lotte,  un simbolo istituzionale della
ricerca da parte del proletariato di una risposta nazionale alla
borghesia industriale. Mentre il loro accentramento burocratico a
danno delle sezioni locali e la loro impostazione grettamente
riformista, al pari della mancanza di un coordinamento efficace
delle diverse branche di lavoratori, segna il limite storico sul
quale esse dovevano arenarsi.
La necessit dell'unit degli indirizzi strategici e
dell'organizzazione sul piano nazionale, che n le Federazioni n
le Camere del lavoro riuscivano ad esprimere in risposta alla
unificazione degli interessi e degli indirizzi padronali, indicava
la maturit e la necessit della costituzione di una
Confederazione generale, che adempisse a tali sintesi. L'essersi i
riformisti accorti di tale necessit legittima il loro trionfo nel
nuovo organismo; il non essere riusciti poi a strutturare su tali
basi la Confederazione del lavoro e a dare ad essa una linea
politica che fosse il presupposto dell'unit sindacale del
proletariato italiano, spiega il fallimento sostanziale che
l'egemonia da essi esercitata sul movimento operaio doveva
registrare. In correlazione a questo tendenziale prevalere di una
forma di sindacalismo su scala nazionale, e per effetto
dell'assorbimento di molte funzioni sociali ed economiche da parte
degli organismi federali, essi divenivano il centro focale dei
dibattiti e della polemica tra le diverse componenti politiche
italiane, sia nell'ambito del socialismo che in quello democratico
e liberale.
L'origine della controversia risaliva all'elaborazione
revisionistica avviata dal Bernstein in Germania [Eduard
Bernstein, esponente del partito socialdemocratico tedesco], che
sottoponeva le fondamentali categorie socio-economiche di Marx ad
una serrata confutazione, in nome della smentita storica alle
previsioni catastrofiche della teoria marxiana dello sviluppo
delle contraddizioni del sistema capitalistico. Il fondamento
oggettivo al revisionismo bernsteiniano veniva dato in quegli anni
dal superamento della "grande depressione" economica dell'ultimo
trentennio del diciannovesimo secolo ad opera della borghesia
industriale internazionale, e dalla nuova fase di intenso sviluppo
promosso dalle concentrazioni monopolistiche e caratteristiche del
capitale nelle diverse nazioni. Questi mutamenti strutturali, che
comportavano una estensione della capacit di autoregolazione
delle contraddizioni interne del sistema, fornivano le basi per un
enorme ampliamento della capacit di produzione, anche oltre le
stesse possibilit di smaltimento del mercato e del consumo. Ci
imponeva all'attenzione delle coscienze pi vigili del socialismo
il problema della comprensione della pi esatta natura del
fenomeno capitalistico e della pi corretta e adeguata
impostazione della lotta operaia. Il nocciolo della controversia,
che aveva risvolti teorici e dottrinali, era toccato comunque
quando si giungeva alla concretizzazione delle proposte e delle
critiche, quando cio il problema appariva nella forma di
ridefinizione dei compiti del partito politico di classe.
In Italia l'inizio dell'espansione economica, coincidente con
l'inizio del "grande balzo", forniva la base strutturale per il
radicarsi del convincimento della possibilit dell'avvento del
socialismo all'interno di un indefinito progresso economico e
sociale, da garantirsi con delle trasformazioni democratiche delle
fondamentali articolazioni politiche e statuali.
Quando si costitu la CGdL, sul finire del 1906, una lunga fase di
maturazione del movimento operaio veniva a compimento e, insieme,
si apriva un nuovo e, forse, pi complesso ciclo storico, quello
del sindacalismo confederale.
